Tu sei qui: Portale Rubriche Rassegna stampa 2012 Razzismo tecnico all’Università. Se la colpa collettiva cancella il merito individuale

Razzismo tecnico all’Università. Se la colpa collettiva cancella il merito individuale

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La carriera accademica dei ricercatori italiani non dipenderà più da pubblicazioni, attività di ricerca e meriti scientifici, ma esclusivamente dal loro domicilio. E’ quanto stabilisce de facto il nuovo decreto depositato di soppiatto dal Ministro al ramo, Profumo, poco prima delle festività natalizie, per nascondere la vergogna.

Ricapitoliamo le puntate precedenti. L’assetto universitario istituito dalla riforma L. 240/2010, non solo cancella dalla scena i RTI (ricercatori a tempo indeterminato), ma taglia tutti i ponti che consentirebbero loro di transitare al nuovo regime: con il meccanismo della chiamata diretta delle nuove figure di ricercatore a tempo determinato, infatti, i concorsi diventeranno merce introvabile e i RTI non avranno nemmeno la possibilità di competere per un posto da professore associato. Una sorta di mobbing collettivo nei confronti di una categoria di studiosi che, pur non essendo obbligati a insegnare, assicurano su base “volontaria” circa il 40% dei corsi attualmente attivati nelle Università italiane. A parziale lenimento, dopo questo uppercut, sono state stanziate in zona cesarini risorse equivalenti a 4500 posti di associato (in origine erano il doppio), da spendere attraverso un piano di reclutamento straordinario prima dell’entrata a regime della riforma. Per i RTI, si tratta dell’ultima via di scampo dal girone a esaurimento.

Ebbene, il 23 dicembre Profumo ha varato le prime due tranche del piano straordinario. Ed è arrivata la bella sorpresa natalizia: sono state escluse dalle assegnazioni tutte quelle Università – in gran parte meridionali – che hanno sforato il tetto del 90% di spese fisse per il personale sul FFO (il fondo di finanziamento ordinario).

Che cosa significa? Significa che se il valore scientifico di un ricercatore di Bari è 10 e il valore scientifico di un suo collega milanese è 1, quest’ultimo diventerà ben presto associato, mentre il primo resterà al palo, probabilmente a vita. L’Università di Bari, infatti, è oltre il fatidico 90%. Il ricercatore barese dunque è messo fuori gioco da una variabile che nulla ha a che fare con le sue qualità “scientifiche” (con il fantomatico “merito”), una variabile contabile volatile, ampiamente manipolabile e sulla quale, soprattutto, egli non ha né competenza né possibilità d’incidere. I responsabili reali dello sforamento non avranno alcuna sanzione, mentre lui sarà collocato su un binario morto. Il ricercatore paga individualmente la colpa di un’entità collettiva alla quale è stato aggregato per decreto: egli non è più un membro della comunità scientifica internazionale; non è più un ricercatore “italiano”. E’ solo un ricercatore “di Bari”. E per questo, solo per questo, il suo lavoro scientifico non conta nulla. Non può nemmeno essere preso in considerazione. Egli è colpevole a priori. Per marchiatura etnica. L’effetto ultimo è analogo a quello delle leggi razziali d’infausta memoria: l’esclusione dai pubblici uffici degli appartenenti a specifiche “comunità”.

E’ pur vero che le risorse assegnate a ciascun Ateneo possono essere utilizzate per la promozione di personale interno solo fino ad un massimo dell’80%, mentre il restante 20% deve obbligatoriamente essere impiegato per le chiamate di esterni, regolarmente abilitati. Uno potrebbe emigrare al Nord per concorrere al quel 20%. Già, ma l’effetto di questa previsione sul numero dei posti è risibile: promuovere un interno, infatti, è molto economico (bisogna solo pagare la differenza di stipendio tra ricercatore e associato, mentre per assumere un esterno occorre prevedere l’intero budget per un docente di seconda fascia). Per fare un esempio, al Politecnico di Milano, grazie a questo primo decreto, nel corso del 2012 potranno essere promossi ad associato 102 ricercatori interni, mentre saranno assunte solo 8 nuove unità esterne. Una foglia di fico.

E’ chiaro che qui non è semplicemente in gioco la carriera di una minoranza di ricercatori universitari. Qui siamo di fronte al ribaltamento di fatto dei principi cardine della nostra civiltà giuridica. Il tutto, ovviamente, per via “tecnica” e senza manomettere la Costituzione. Siamo passati dalle “azioni positive” per aree depresse e categorie svantaggiate alle azioni negative: “sei di Bari? Non hai diritto a giocare la tua partita”. Questo chiama in causa tutti. Non i ricercatori, non i cittadini meridionali, ma chiunque continui, nonostante la barbarie dilagante, a custodire un’idea di civiltà. E non si tratta della lagna consueta per l’ottenimento di nuove risorse, ma semplicemente di esigere il rispetto per quel principio di uguaglianza sancito solennemente dalla nostra carta fondativa. 

Onofrio Romano

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