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ABDR: Technology and Beyond

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ABDR: Technology and Beyond

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abdr
 
E' ormai dalla fine del secolo scorso che si è largamente diffusa la consapevolezza del punto di non ritorno verso cui si era spinta la crisi dell'architettura in Italia. E' forse dai primi anni '70 che questa ha iniziato a ripiegarsi su se stessa, in un processo di involuzione e accartocciamento autoreferenziale che l'ha drammaticamente allontanata dai suoi fruitori.

 

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L'Italia in quel tempo si riempiva di case, in buona parte abusive e firmate dai geometri, mentre l'intervento pubblico si limitava all'edilizia allora della "popolare", rinunciando a rappresentare qualcosa che non fosse la semplice necessità abitativa, oltrettutto secondo standard livellati al basso. Gli architetti italiani reagivano chiudendosi in una visione accademica, riscoprendo la purezza tipologica a garanzia del progetto, evitando accuratamente di rinnovarsi e rischiare.

Anni plumbei, di tristissime architetture monolitiche e carcerarie, di classicismi di finto rigore etico e di vero squallore estetico, di recuperi sottoposti alle regole di una acritica omogeneità conservativa.

La ricerca progettuale di ABDR parte dalla consapevolezza di questa crisi, e si sviluppa e realizza in questo inizio secolo in cui la generazione di architetti degli anni '70 inizia ad uscire dalla professione attiva. La incertezza di prospettive del momento si evidenzia in una doppia condizione di scarsa coscienza critica: da una parte nella recessione nel vernacolare, a cui la cultura pervasiva della conservazione spinge quasi inersolabilmente, dall'altra nel compiacimento tecnologico, come se la forzatura dell'immagine tecnica potesse supplire alla mancanza di certezze e identità, portando tra l'altro come conseguenza la separatezza del processo progettuale tra creazione della forma e specializzazione costruttiva.

Laddove la realtà della condizione architettonica porta alla separatezza, l'approccio di ABDR parte invece da una esigenza di integrazione e di riflessione critica su metodi e strumenti del progetto. Da qui deriva l'attenzione all'engineering, e quindi ai contenuti tecnologici del progetto, alla considerazione della complesità di contributi, saperi e competenze che sempre più concorrono oggi alla sua formazione,  e quindi il rifiuto costante di quella autoreferenzialità che caratterizza gran parte della più acclamata recente produzione architettonica.

Dall'attenzione all'innovazione tecnologica, che non è mai meccanica trasposizione in forma del linguaggio di nuovi materiali e processi costruttivi, e dalla riflessioni critica su modi e significati del progetto, alimentata dalla comune passione per l'insegnamento - professione e professore hanno la stessa radice, fa notare in una intervista Paolo Desideri - nasce un modo di intendere l'impegno profettuale dell'architetto che, mediante il governo del rapporto stringente con l'engineering, arriva ad esiti formali che si ridefiniscono continuamente, e in cui la forma è il punto di equilibrio risultante, cioè la soluzione tra le molte componenti in campo. Questo chiarisce il problema e il ruolo della tecnologia, di cui il progetto non è l'esibizione nè la trasposizione lingusitica, ma è il linguaggio della tecnologia che viene impiegato per ottenere esiti derivanti dalla sintesi morfologica che è il cuore del ruolo progettuale dell'architetto. L'equilibrio formale risultante, essendo in funzione delle tante necessità del progetto, non viene quindi piegato alle esigenze parziali della tecnologia, ma riscatta il ruolo del progettista come artefice di forme.

Forme non preordinate al progetto, ma forme come approdo finale, che trovano la propria ragion d'essere in una immaginazione peogettuale che conduce a sintesi la pluralità di esperienze e bisogni di cui si alimenta il progetto di architettura.

Una sfida alla deriva accademica, che pure permea oggi di sè gran parte del mondo dell'architettura, in nome della sfida tecnologica e dell'innovazione frutto dell'applicazione dell'intelligenza, per dimostrare che l'architettura può oggi ritrovare un significativo punto di equilibrio nel rapporto con la società. Una architettura civile, finalmente, leggibile anche nelle occasioni progettuali alla scala urbana, in grado di raccogliere il frutto della continuità storica dell'architettura, e capace di innovare continuamente, individuando in virtù del metodo di approccio gli strumenti ogni volta più adatti.

Ma se la soluzione formale è il frutto della ricerca incessante di un punto di equilibrio tra le forze interagenti con il progetto, non è possibile evitare il richiamo, nel progetti di ABDR, alla categoria della classicità, a partire dalle riflessioni, evidenti nell'illuminante intervista all'interno del volume, sul rapporto tra forma e struttura e sull'equilibrio tra gli elementi della costruzione che si trasforma in equilibrio spaziale e formale, in grado di riassumere e ricomprendere i dissidi tecnici e la complessità della costruzione. La ricerca di una a prima vista oggi inattuale serenità apolinneo-dionisiaca di cui parla Michele Beccu è rivelatrice di un metodo teso a ricercare il modo di "rendere espressive le nostre architetture facendo una composizione delle risorse, delle metodologie, delle tecniche e dei materiali che la nostra contemporaneità ci offre, conservando gelosamente il ruolo della forma architettonica come centro poetico del progetto di architettura".

Se la cifra poetica dell'opera di ABDR consiste nel raggiungere attraverso un  uso sapiente di tecniche e materiali della contemporaneità la forma adatta a rappresentare con della buona architettura lo spirito della nostra società, e questo indubbiamente si rileva nell'impronta "classica" del loro operare, resta il problema del superamente di questa impronta: nella storia, il classicismo ha sempre generato il manierismo, quando ha riflettuto su se stesso, o ha degenerato nell'accademia, quando si è ripetuto acriticamente.

Dai nostri amici ci aspettiamo un grande avvenire manierista.

Luigi Cavallari

 

di: Filippo Angelucci - Domenico Potenza
edito da: Franco Angeli
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